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venerdì 26 giugno 2026

La storia commovente di Carlo e del quaderno ritrovato



Era una limpida mattina di primavera quando Matteo, un ragazzo di dodici anni dagli occhi curiosi e dal cuore sensibile, uscì di casa con la cartella sulle spalle e il passo svelto di chi non vuole arrivare tardi a scuola. 

Le strade del paese erano già animate dal movimento dei bottegai che sollevavano le serrande, delle donne che si salutavano dalle finestre e dei vecchi che si fermavano a discutere del tempo seduti sulle panchine della piazza.

Matteo attraversava ogni giorno quel breve tratto di strada con la spensieratezza della sua età, ma quella mattina qualcosa attirò la sua attenzione. 

Accanto a una fontana di pietra, quasi nascosto dall’ombra di un tiglio, giaceva un quaderno dalla copertina blu.

Il ragazzo si fermò.

Guardò attorno a sé. Nessuno sembrava cercarlo.

Lo raccolse delicatamente. 

Era un semplice quaderno scolastico, un po’ consumato agli angoli. 

Aprendolo, vide pagine fitte di esercizi, disegni e pensieri scritti con una calligrafia ordinata.

Sulla prima pagina compariva un nome: Carlo Rinaldi.

Matteo conosceva quel nome. Carlo frequentava la sua stessa scuola, ma apparteneva a una classe diversa. 

Era un ragazzo silenzioso, di famiglia modesta, che spesso veniva osservato con sufficienza da alcuni compagni più fortunati.

Per un momento Matteo pensò di portare il quaderno direttamente a scuola e consegnarlo al maestro. 

Sarebbe stata la cosa più semplice.

Tuttavia, mentre sfogliava le pagine, notò qualcosa che lo colpì profondamente. 

Tra gli esercizi di matematica e i temi scolastici comparivano brevi annotazioni personali.

«Mamma oggi sta meglio.»

«Se prenderò un buon voto forse papà sarà contento.»

«Vorrei diventare maestro quando sarò grande.»

Quelle parole semplici rivelavano un mondo interiore fatto di speranze, sacrifici e affetti sinceri.

Matteo richiuse immediatamente il quaderno. Provò quasi vergogna per aver letto quelle righe che non gli appartenevano. 

Riprese il cammino con un pensiero fisso: restituire il quaderno al più presto.

Arrivato a scuola, cercò Carlo durante l’intervallo.

Lo trovò seduto da solo sotto il portico.

Il ragazzo aveva il viso pallido e gli occhi abbassati.

«Carlo, hai perso qualcosa?» domandò Matteo.

Carlo alzò lo sguardo. Per un istante sembrò non capire. Poi il suo volto cambiò colore.

«Il mio quaderno!» esclamò. «Non riesco più a trovarlo da stamattina.»

Matteo glielo porse sorridendo.

«L’ho trovato vicino alla fontana.»

Carlo lo afferrò con entrambe le mani come se stesse recuperando un tesoro.

«Grazie! Grazie davvero!»

Nei suoi occhi comparve una luce di sollievo che Matteo non dimenticò mai. La campanella richiamò tutti in classe. 

La giornata proseguì normalmente, ma durante la lezione il maestro annunciò una notizia inattesa.

«Domani organizzeremo una raccolta di libri per la piccola biblioteca del paese. Chiunque possieda volumi che non utilizza più può donarli.»

Gli alunni accolsero la proposta con entusiasmo.

Quando Matteo tornò a casa, raccontò l’iniziativa al padre.

L’uomo, che lavorava come falegname, ascoltò attentamente.

«I libri sono come finestre aperte sul mondo» disse. «Chi dona un libro dona un po’ della propria esperienza.»

Quelle parole rimasero impresse nella mente del ragazzo.

La sera, davanti alla libreria della sua cameretta, Matteo osservò i volumi accumulati negli anni. 

Alcuni li aveva letti molte volte, altri erano quasi nuovi. 

Ne scelse alcuni con cura e li preparò per il giorno seguente.

La mattina dopo arrivò a scuola con una piccola pila di libri tra le braccia.

Con sorpresa vide che Carlo ne portava soltanto uno.

Era un libro vecchio, con la copertina consumata.

Uno dei compagni più ricchi rise.

«Tutto qui? Un solo libro?»

Carlo arrossì. Per qualche secondo rimase in silenzio.

Poi rispose con voce timida:

«È l’unico che possiedo.»

Nel cortile cadde un breve silenzio.

Matteo osservò quel volume logoro.

Capì che per Carlo quel libro rappresentava molto più di quanto decine di libri rappresentassero per altri. 

Era probabilmente il compagno delle sue serate, il custode delle sue fantasie e dei suoi sogni.

Il maestro, che aveva assistito alla scena, si avvicinò.

Prese il libro con grande rispetto.

«Questa è forse la donazione più preziosa di tutte» disse.

I ragazzi lo guardarono stupiti.

«Non conta quanto si dona, ma quanto si è disposti a rinunciare per aiutare gli altri.»

Quelle parole colpirono profondamente la classe.

Persino il compagno che aveva riso abbassò lo sguardo.

Nei giorni successivi la biblioteca ricevette numerosi volumi.

Quando finalmente venne inaugurata, tutto il paese partecipò alla festa.

Bambini, genitori e insegnanti si riunirono nella sala principale.

Gli scaffali erano pieni di libri colorati.

Il sindaco pronunciò un breve discorso, ringraziando gli alunni per la loro generosità. 

Ma il momento più emozionante arrivò quando il maestro invitò Carlo a leggere un brano davanti a tutti.

Il ragazzo tremava dall’emozione.

Aprì un libro e iniziò a leggere.

All’inizio la voce era incerta. Poi, poco alla volta, acquistò sicurezza.

Le parole si diffusero nella sala come una musica gentile.

Tutti ascoltavano in silenzio.

Quando terminò, scoppiò un lungo applauso.

Matteo applaudì con entusiasmo.

Guardando il volto felice dell’amico, ripensò al quaderno trovato vicino alla fontana. 

Se quel giorno avesse ignorato quell’oggetto abbandonato, forse non avrebbe mai conosciuto davvero Carlo.

Forse non avrebbe imparato quanto valore possano avere la sensibilità, la discrezione e il rispetto verso gli altri.

Tornando a casa, mentre il sole tramontava dietro i tetti del paese, il ragazzo comprese una verità semplice ma importante.

Le grandi azioni che cambiano il mondo sono rare. Molto più frequenti sono i piccoli gesti: restituire un quaderno smarrito, offrire una parola gentile, condividere ciò che si possiede.

Eppure sono proprio questi gesti, quasi invisibili, a costruire giorno dopo giorno una società migliore.

Matteo continuò a camminare con il cuore leggero. 

Davanti a lui la strada sembrava la stessa di sempre. 

Ma lui non era più lo stesso.

Aveva scoperto che la bontà non fa rumore, non cerca applausi e non pretende ricompense.

Somiglia piuttosto a una piccola luce accesa nel silenzio: una luce che, passando da una persona all’altra, riesce lentamente a illuminare il mondo.


leggi: "I piccoli gesti che cambiano la vita"



*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

mercoledì 17 giugno 2026

Esistono davvero il bene e il male?

 

La neve era arrivata in anticipo quell'anno a Norrvik, una piccola città del nord. 

Le strade erano già coperte da uno strato bianco e compatto quando Elias Berg ricevette la sua prima nomina come giudice del tribunale cittadino.

Aveva ventinove anni, una mente brillante e una fiducia quasi assoluta nei principi morali. 

Fin dall'università aveva creduto che esistessero valori oggettivi capaci di guidare gli uomini.

La giustizia, il bene, il dovere: per lui non erano semplici parole, ma realtà autentiche, presenti nel mondo allo stesso modo delle montagne, dei fiumi o delle stelle.

Il suo primo caso importante sembrò confermare quella convinzione.

Due sorelle, Ingrid e Sofia Lund, si contendevano l'eredità del padre morto da pochi mesi.

Il testamento era stato redatto molti anni prima e lasciava irrisolto il destino della vecchia casa di famiglia, una costruzione di legno rosso affacciata su un lago.

Entrambe sostenevano di avere diritto alla proprietà.

Durante l'udienza, Ingrid si alzò per prima.

«È giusto che la casa venga assegnata a me. Sono rimasta accanto a nostro padre fino all'ultimo giorno. Mi sono occupata di lui quando era malato e ho rinunciato a molte opportunità per assisterlo.»

Sofia scosse il capo.

«Non è vero che questo la renda proprietaria della casa. Io ho contribuito economicamente alla famiglia per anni. Senza il mio aiuto, nostro padre avrebbe perso quella proprietà molto tempo fa. È giusto che venga assegnata a me.»

Elias ascoltò con attenzione.

Entrambe apparivano sincere.

Entrambe parlavano di ciò che era «giusto».

Eppure le loro conclusioni erano incompatibili.

Nei giorni successivi il giovane giudice esaminò documenti, testimonianze e lettere private. Tuttavia, più studiava il caso, più si sentiva confuso. Ogni argomento sembrava ragionevole dal punto di vista di chi lo sosteneva.

Una sera decise di andare a trovare il professor Erik Holm, un anziano filosofo che aveva insegnato per molti anni all'università della regione.

La sua casa si trovava ai margini della città, circondata da betulle e pini.

Quando Elias arrivò, trovò il professore seduto accanto a una stufa, intento a leggere.

«Professore, ho bisogno del suo aiuto.»

L'anziano alzò lo sguardo e sorrise.

«I giovani giudici arrivano sempre con qualche domanda difficile. Accomodati.»

Elias gli raccontò il caso.

Quando ebbe terminato, Holm rimase in silenzio per alcuni secondi.

Poi chiese:

«Dimmi, Elias. Quando una delle sorelle afferma che è giusto ricevere la casa, quale fatto del mondo sta descrivendo?»

«Un fatto morale, immagino.»

«Un fatto morale?» rispose Holm sollevando un interrogativo.

«Sì.»

«Come la temperatura dell'aria? Come il peso di una pietra?»

Elias esitò prima di rispondere: «Non esattamente.»

«Allora spiegami dove si trova quel fatto.»

Il giovane non seppe cosa rispondere. Holm si alzò lentamente e si avvicinò alla finestra.

«Guarda quel bosco.»

Elias guardò.

«Che cosa vedi?» domandò Holm.

«Alberi.»

«E come fai a sapere che ci sono alberi?»

«Perché posso vederli.»

«Esatto. Ora dimmi: riesci a vedere il bene? Riesci a misurare la giustizia? Riesci a fotografare il dovere?»

Elias rimase perplesso.

Il professore continuò: «Forse quando diciamo che qualcosa è giusto non stiamo descrivendo un fatto. Forse stiamo esprimendo un atteggiamento, un'emozione, una valutazione.»

Quelle parole lo accompagnarono durante il viaggio di ritorno. Per giorni non riuscì a smettere di pensarci. In tribunale cominciò a osservare le persone con occhi diversi.

Un commerciante sosteneva che fosse giusto abbassare le tasse.

Un operaio sosteneva che fosse giusto aumentarle.

Un sacerdote dichiarava che fosse giusto seguire certi principi religiosi. Un politico affermava che fosse giusto ignorarli.

Tutti parlavano con la stessa sicurezza.

Tutti sembravano convinti di descrivere una realtà oggettiva. Ma se il professore avesse avuto ragione? Se quelle parole non fossero descrizioni di fatti?

Una settimana dopo Elias tornò da Holm: «Non riesco a smettere di riflettere su ciò che mi ha detto.»

«È un buon segno.»

«Ma allora i valori non esistono?» Elias cercava di comprendere meglio il pensiero del professore.

«Dipende da cosa intendi per esistere.», precisò Holm.

«Intendo esistere oggettivamente.»

Holm prese una mela da un cesto e la mostrò al giovane: «Questa mela esiste. Possiamo osservarla, pesarla, descriverne il colore. Ora dimmi: dove si trova il valore morale della generosità?»

Elias non rispose.

«Le persone compiono azioni generose. Questo è un fatto. Altre persone approvano tali azioni. Anche questo è un fatto. Ma l'idea che esista una proprietà misteriosa chiamata “bontà oggettiva” è molto più difficile da dimostrare.»

«Quindi quando diciamo che qualcosa è buono...»

«Spesso stiamo esprimendo approvazione.»

«E quando diciamo che qualcosa è cattivo?»

«Esprimiamo disapprovazione.»

Il giovane giudice abbassò lo sguardo: «È una conclusione inquietante.»

«Lo è soltanto per chi pensa che i valori debbano essere oggetti nascosti nell'universo.»

Passarono alcune settimane. Il caso delle sorelle Lund era ormai vicino alla conclusione.

Nel frattempo Elias continuò a riflettere. Lesse libri di filosofia. Rilesse vecchie sentenze.

Analizzò il modo in cui le persone parlavano della morale.

Si accorse che molti conflitti nascevano proprio dalla convinzione che i propri valori fossero fatti oggettivi.

Chiunque dissentisse appariva allora non semplicemente diverso, ma sbagliato.

Una sera incontrò nuovamente il professor Holm.

«C'è una cosa che ancora non capisco.»

«Quale?»

«Se i valori non sono fatti oggettivi, come può esistere il diritto?»

Il vecchio rise prima di rispondere: «Finalmente fai la domanda giusta.»

Aprì un armadio e ne estrasse alcuni documenti antichi.

«Leggi.»

Elias osservò i fogli. 

Erano vecchie leggi emanate quasi un secolo prima.

Alcune apparivano assurde. 

Altre perfino ingiuste.

«Molte persone ritenevano queste norme perfettamente giuste.»

«Lo immagino.»

«Eppure oggi non siamo d'accordo. Le leggi sono cambiate perché sono cambiate le convinzioni, le emozioni, gli interessi e le idee delle persone. Non perché qualcuno abbia scoperto una particella invisibile chiamata Giustizia Assoluta.»

Elias rimase a lungo in silenzio.

Cominciava a comprendere.

Il diritto esisteva. Le istituzioni esistevano. I tribunali esistevano. Le sentenze producevano effetti reali. Ma ciò non implicava l'esistenza di valori morali oggettivi.

Finalmente arrivò il giorno della decisione. 

L'aula era gremita. Ingrid e Sofia sedevano ai lati opposti della sala. 

Elias prese posto dietro il banco del giudice.

Per un momento osservò il pubblico. Poi iniziò a parlare.

«Questo tribunale non è chiamato a stabilire quale delle parti possieda un diritto morale assoluto sulla casa.»

Un lieve brusio attraversò l'aula.

«Entrambe le sorelle hanno presentato ragioni comprensibili.

Entrambe ritengono che la propria posizione sia giusta. Tuttavia il compito del tribunale consiste nell'applicare il diritto vigente e interpretare i documenti disponibili secondo criteri giuridici verificabili.»

Seguì una lunga spiegazione tecnica.

Alla fine, sulla base delle prove e del contenuto del testamento, la proprietà venne assegnata in comproprietà alle due sorelle.

Nessuna delle due sembrò pienamente soddisfatta.

Ma entrambe accettarono la decisione.

Quando l'aula si svuotò, Elias rimase seduto ancora per qualche minuto.

Provava una strana serenità.

Non aveva cercato una risposta in presunti valori eterni.

Aveva distinto ciò che poteva essere accertato da ciò che apparteneva alle preferenze e alle valutazioni umane.

Quella sera passeggiò lungo il fiume ghiacciato che attraversava Norrvik.

Le luci delle case si riflettevano sul ghiaccio.

A un certo punto vide il professor Holm avvicinarsi lentamente.

«Allora?» domandò l'anziano.

«La sentenza è stata pronunciata.»

«E cosa hai imparato?»

Elias rifletté qualche istante: «Ho imparato che spesso trattiamo i nostri giudizi morali come se fossero descrizioni del mondo.»

«E non lo sono?»

«No. O almeno non necessariamente. Quando diciamo che qualcosa è buono o cattivo, spesso stiamo manifestando atteggiamenti, emozioni e preferenze.»

Holm annuì soddisfatto.

«E questo ti rende meno interessato alla giustizia?»

«Al contrario.»

«Spiegati.»

«Se non esistono valori oggettivi nascosti nell'universo, allora siamo noi a doverci assumere la responsabilità delle nostre istituzioni e delle nostre decisioni. Non possiamo attribuirle a qualche entità metafisica.»

Il vecchio sorrise.

«Hai compreso una lezione importante.»

Camminarono per alcuni minuti senza parlare.

Il vento soffiava tra gli alberi coperti di neve.

Sopra di loro brillavano le stelle.

Elias alzò gli occhi verso il cielo.

L'universo sembrava immenso e indifferente.

Non vi leggeva alcuna traccia visibile del bene o del male.

Eppure gli uomini continuavano a discutere, a scegliere, a costruire leggi, tribunali e società.

Forse, pensò, il significato della morale non stava nell'esistenza di valori oggettivi nascosti nel mondo, ma nel modo in cui gli esseri umani esprimevano i propri sentimenti e organizzavano la propria convivenza.

Con quel pensiero proseguì lungo il fiume.

Dietro di lui le luci della città brillavano nel buio, mentre davanti si estendeva la notte silenziosa del nord, vasta e muta, come le domande che da sempre accompagnano gli uomini nella ricerca di ciò che chiamano giustizia. 


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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mercoledì 10 giugno 2026

Perché Vivere? Dostoevskij e la ricerca di senso nell’era del nichilismo


La neve cadeva lenta sulle strade di una città silenziosa. 

Le luci delle finestre tremolavano nel buio della sera, mentre Aleksandr camminava senza una meta precisa. 

Aveva venticinque anni, una mente brillante e un cuore inquieto.

Da mesi una domanda lo accompagnava come un'ombra:

«Che senso ha tutto questo?»

Osservava la gente affrettarsi verso casa, stringere pacchi sotto il braccio, salutare amici e familiari. 

Eppure, ai suoi occhi, ogni gesto sembrava vuoto, quasi una rappresentazione destinata a finire nel nulla.

Aleksandr aveva letto molti libri. Filosofia, scienza, politica. 

Ogni autore prometteva una risposta diversa, ma nessuno riusciva a placare quel silenzio che sentiva crescere dentro di sé.

Una sera, seduto in una piccola taverna vicino al fiume, confidò i suoi pensieri a un vecchio insegnante che conosceva da anni.

«Professore, credo che nulla abbia davvero significato. Nasciamo, viviamo qualche decennio e poi scompariamo. Tutto ciò che costruiamo finirà per dissolversi. Perché dovremmo attribuire valore a qualcosa?»

L'anziano lo osservò per qualche istante senza parlare.

«Sai, Aleksandr, questa domanda non è nuova. Molti uomini l'hanno affrontata prima di te. Alcuni sono diventati più saggi. Altri si sono persi.»

«E lei cosa ne pensa?»

Il vecchio sorrise appena: «Credo che tu stia ascoltando l'eco del nichilismo.»

Aleksandr aggrottò la fronte.

«Nichilismo?»

«Sì. L'idea che nulla possieda un significato autentico, che non esistano valori assoluti, che il bene e il male siano soltanto invenzioni umane. È una voce seducente, soprattutto per chi è intelligente.»

Quelle parole colpirono il giovane. Era esattamente ciò che stava vivendo.

Nei giorni successivi, Aleksandr continuò a riflettere. Più osservava il mondo, più gli sembrava che tutto fosse costruito su convinzioni fragili.

Le persone parlavano di giustizia, amore e dovere come se fossero realtà solide, ma lui vedeva soltanto idee create dagli uomini.

Una notte, mentre camminava lungo il fiume ghiacciato, pensò: Se nulla ha significato, allora tutto è permesso.

L'idea gli apparve liberatoria. 

Se non esisteva una verità superiore, nessuno poteva dirgli come vivere. 

Nessuna regola era realmente obbligatoria. Nessuna scelta era migliore di un'altra.

Per alcuni giorni provò una strana euforia. Si sentiva libero da ogni vincolo.

Poi accadde qualcosa di inatteso. 

Più si convinceva che nulla avesse valore, più ogni cosa perdeva colore.

La musica che amava ascoltare non gli suscitava più emozioni. 

I libri che un tempo lo appassionavano gli sembravano inutili. 

Perfino le conversazioni con gli amici diventavano faticose.

Una sera si fermò davanti allo specchio della sua stanza e si rivolse una domanda che lo fece rabbrividire: «Se davvero nulla conta, perché alzarmi dal letto domani?»

Per la prima volta comprese che la sua nuova libertà aveva un prezzo.

Non era la gioia, era il vuoto.

Passarono alcune settimane.

Un pomeriggio ricevette la visita inaspettata di Marija, una giovane donna che viveva nel suo quartiere. 

Il fratello era gravemente malato e la famiglia aveva bisogno di aiuto.

Con voce esile, gli chiese: «Potresti accompagnarmi dal medico?»

Aleksandr stava per rifiutare. Dopotutto, se nulla aveva significato, perché perdere il proprio tempo?

Qualcosa lo trattenne dal rifiutarsi e così accettò.

Quel giorno trascorse ore accanto a quella famiglia. 

Vide la preoccupazione della madre, la paura negli occhi del ragazzo malato e la forza con cui Marija cercava di sostenere tutti. 

Quando tornò a casa era esausto. 

Eppure, per la prima volta dopo mesi, sentiva una strana calma.

Nei giorni seguenti continuò ad aiutarli. Portava medicine. Faceva commissioni.

Leggeva libri al ragazzo durante le lunghe serate.

Non riceveva denaro né vantaggi personali. Eppure, qualcosa dentro di lui stava cambiando. 

Ricordò le parole del vecchio insegnante: «Alcuni uomini si perdono. Altri diventano più saggi.»

Forse il problema non era la mancanza di significato nel mondo; forse era il modo in cui lui lo stava cercando. 

Fino a quel momento aveva tentato di trovare una risposta attraverso idee astratte, teorie e ragionamenti. 

Ma nessuna di quelle cose aveva riempito il vuoto. 

Aiutando quella famiglia, aveva provato qualcosa di diverso: connessione, responsabilità, una ragione per essere presente.

Qualche settimana dopo tornò a trovare il vecchio insegnante.

«Credo di aver capito qualcosa.»

L'uomo lo invitò a sedersi vicino al fuoco: «Raccontami.»

Aleksandr rimase in silenzio per alcuni secondi.

«Pensavo che la libertà consistesse nel liberarsi da ogni valore. Ora non ne sono più sicuro.»

«E perché?»

«Perché quando ho creduto che nulla avesse significato, tutto è diventato vuoto. Ma quando ho iniziato a prendermi cura degli altri, ho sentito qualcosa che non riuscivo a spiegare.»

Il vecchio annuì lentamente: «È una scoperta importante.»

«Ma questo dimostra che esiste un significato universale?» domandò Aleksandr.

«Forse sì. Forse no. La vita è più complessa delle formule matematiche.»

«Allora qual è la risposta?»

L'anziano sorrise prima di rispondere: «Forse la risposta non è qualcosa che trovi una volta per tutte. Forse è qualcosa che costruisci giorno dopo giorno.»

Aleksandr rimase a riflettere. 

Fu allora che comprese il cuore della lezione che tanti personaggi di Dostoevskij avevano vissuto prima di lui.

L'essere umano può dubitare di tutto. 

Può mettere in discussione le tradizioni, le ideologie e perfino la fede. 

Può attraversare il deserto del nichilismo e convincersi che nulla abbia valore. 

Ma, prima o poi, si scontra con una verità difficile da ignorare: il bisogno di significato continua a vivere dentro di lui. 

È una sete che non scompare. 

Può essere soffocata per un po', ma ritorna sempre.

Negli anni successivi Aleksandr non trovò tutte le risposte. 

Continuò ad avere dubbi. 

Continuò a interrogarsi sul bene, sul male e sul destino dell'uomo. Tuttavia non cercò più il senso della vita nel vuoto. 

Lo cercò nelle persone, nella compassione, nella responsabilità, nella capacità di amare anche quando era difficile. 

Comprese che forse il nichilismo non era la destinazione finale, ma soltanto una tappa del viaggio. 

Un'eco lontana che costringe l'uomo a porsi le domande più profonde. 

Perché proprio quando tutto sembra privo di significato, nasce la ricerca più autentica, quella che rende la vita degna di essere vissuta.

Ed è in quella ricerca, come suggeriva Dostoevskij, che l'uomo scopre la parte più vera di sé stesso.


*Spunto tratto dal 4^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


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martedì 9 giugno 2026

Il bambino che viveva nei sogni: storia vera di crescita e resilienza


 

Luca era un bambino molto timido. Cresceva ai margini dell'attenzione dei suoi genitori e quasi invisibile agli occhi dei fratelli. 

Per questo aveva imparato presto a rifugiarsi dentro se stesso, in quel mondo interiore da cui osservava la realtà esterna come qualcosa di lontano, distratto e difficile da comprendere.

La sua infanzia, oggi così lontana nel tempo, non fu mai davvero noiosa. 

La sua mente era un laboratorio inesauribile di immagini e fantasie. 

Con pochi elementi costruiva universi straordinari, popolati da personaggi gentili e situazioni meravigliose.

A volte era talmente immerso in quei mondi immaginari da scomparire quasi alla vista della sua famiglia. 

Nella sua mente esisteva una realtà diversa, quella che avrebbe desiderato abitare davvero, pur sapendo che non avrebbe mai potuto esistere.

In quel luogo segreto portava anche le sue sofferenze. 

I piccoli dolori fisici che lo accompagnavano sembravano dissolversi per qualche istante, salvo poi riaffacciarsi non appena tornava alla realtà.

All'esterno appariva un bambino tranquillo, quasi silenzioso. 

Faticava a sostenere una conversazione e persino a esprimere un desiderio. 

Comunicava attraverso un linguaggio tutto suo, percepibile soltanto da chi possedeva la sensibilità necessaria per ascoltarlo davvero.

I suoi occhi erano finestre spalancate sull'anima, ma quasi nessuno si fermava ad affacciarsi. 

Nel suo cuore viveva spesso la paura di deludere aspettative che non sentiva proprie e che non riusciva nemmeno a comprendere fino in fondo.

I suoi giochi erano semplici. 

Trascorrendo molto tempo da solo, trovava compagnia nelle formiche, nelle mosche, nei sassolini, nelle mollette e in tutti quei piccoli oggetti che il mondo degli adulti considerava insignificanti. 

Osservava gli insetti con curiosità, seguendone i percorsi e cercando di comprendere il loro misterioso modo di vivere.

Si domandava spesso:

«Perché non si arrabbiano quando provo a ostacolare il loro cammino?»

I suoi giochi, lunghi e pazienti, finivano inevitabilmente per creare disordine. 

Scarpe abbandonate, mollette sparse e piccoli oggetti disseminati sul pavimento diventavano trappole per gli adulti che attraversavano la stanza. 

Luca sapeva bene che questo avrebbe provocato qualche rimprovero.

Quando veniva chiamato, interrompeva le sue esplorazioni e riordinava ogni cosa, riponendo con cura i suoi poveri tesori nelle rispettive scatole.

Aveva sviluppato una tecnica particolare per ritrovare gli oggetti smarriti. 

Si sdraiava sul pavimento con il viso quasi a contatto con le mattonelle e osservava la superficie da una prospettiva rasente. 

In quel modo i riflessi sparivano e ogni piccolo oggetto emergeva nitidamente dal paesaggio domestico.

Le sue ginocchia si annerivano di polvere, i capelli si riempivano di lanugine e il viso finiva inevitabilmente per sporcarsi. 

Ma ne valeva la pena.

Da quella posizione il mondo cambiava aspetto. 

Le sedie diventavano enormi costruzioni architettoniche, i mobili si trasformavano in montagne e gli adulti apparivano come giganti potenti e irraggiungibili.

A pochi centimetri dal pavimento percepiva persino una sottile frescura che sembrava delimitare il confine di un universo diverso.

Lì sotto esisteva un altro mondo.

Un mondo lontano dagli adulti, che gli apparivano spesso freddi, severi e incomprensibili.

Era il mondo delle formiche, delle pagliuzze e delle piccole cose.

Era il suo mondo amico.


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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sabato 6 giugno 2026

Relativismo culturale: perché giudichiamo ciò che non comprendiamo



Quando il battello scomparve all'orizzonte, lasciandolo sulla piccola banchina di legno, Matteo sentì per la prima volta il peso della distanza. 

Davanti a lui si stendeva l'isola che aveva sognato per anni. Una striscia di terra verde sospesa nell'immensità dell'oceano Indiano.

Aveva ventisei anni, una laurea appena conseguita in antropologia e archeologia, e la convinzione incrollabile di trovarsi all'inizio di qualcosa di importante. 

Per tutta la durata degli studi aveva coltivato una domanda che lo affascinava più di ogni altra: 

Esiste una morale universale?

Dietro le differenze di lingua, religione e tradizioni, esisteva forse un nucleo comune a tutti gli esseri umani?

Era convinto che la risposta fosse sì. 

E credeva che quella spedizione gli avrebbe fornito le prove necessarie.

I primi giorni trascorsero senza particolari sorprese. 

La comunità che lo ospitava viveva in piccoli villaggi distribuiti lungo la costa.

Le famiglie collaboravano tra loro e gli anziani erano rispettati.

I bambini crescevano circondati dall'attenzione dell'intero gruppo. 

Vi erano regole, divieti, cerimonie, ruoli sociali ben definiti. 

Più osservava quella popolazione, più gli sembrava di ritrovare elementi familiari.

Certo, erano diversi gli abiti, le credenze religiose, i miti e le leggende. 

Ma sotto la superficie sembrava esistere qualcosa di comune.

Ogni sera annotava le proprie osservazioni nel taccuino.

"Struttura sociale stabile."

"Forte cooperazione interna."

"Presenza di norme condivise."

Era soddisfatto. La sua teoria sembrava trovare conferma. 

Poi arrivò il giorno della grande cerimonia stagionale. 

L'intera isola sembrò trasformarsi.

Le persone decorarono le capanne con fiori colorati. Gli uomini accesero grandi fuochi. 

Le donne prepararono ceste colme di alimenti destinati al banchetto sacro.

Matteo osservava ogni dettaglio con entusiasmo. Era il momento che aspettava. 

La manifestazione più autentica della cultura locale.

Quando il sole iniziò a tramontare, tutti si radunarono nella grande spianata centrale.

I canti si elevarono nell'aria. I tamburi scandivano ritmi ipnotici. L'atmosfera era intensa e solenne.

Poi Matteo vide il cibo. All'inizio pensò di aver capito male. Si avvicinò e guardò meglio.

Sentì lo stomaco contrarsi. 

Tra le pietanze erano presenti sostanze che nella sua cultura sarebbero state considerate impure e disgustose: escrementi essiccati di animali erbivori, accuratamente lavorati e mescolati ad altre preparazioni.

Poco distante venivano arrostiti animali che lui aveva sempre associato alla compagnia e all'affetto umano.

Per qualche secondo rimase immobile, poi una sensazione improvvisa lo attraversò.

Un disgusto viscerale, fisico. Dovette allontanarsi.

Quella notte scrisse freneticamente nel suo quaderno.

"Pratica ripugnante."

"Costume moralmente inaccettabile."

"Forma di regressione culturale."

Le parole sembravano sgorgare da sole. Non erano frutto di una riflessione.

Erano una reazione. Un giudizio di condanna, un verdetto.

Per la prima volta da quando era arrivato sull'isola, non si sentiva un osservatore. 

Si sentiva un giudice.

Nei giorni successivi evitò di tornare sull'argomento, ma qualcosa dentro di lui era cambiato. 

Ogni volta che incontrava gli abitanti del villaggio, si sorprendeva a guardarli diversamente. 

Eppure accadeva qualcosa di strano.

Più li osservava, meno riusciva a conciliare il rituale con l'immagine che aveva costruito di loro.

Erano persone generose, accoglievano gli stranieri, si prendevano cura dei bambini e degli anziani.

Mostravano rispetto reciproco, ma dov'era la barbarie che aveva creduto di vedere?

Un pomeriggio trovò il coraggio di chiedere spiegazioni a uno degli anziani.

L'uomo lo ascoltò con pazienza e prima di rispondere sorrise.

«Tu hai visto soltanto il cibo.»

«Cos'altro avrei dovuto vedere?» domandò incredulo Matteo.

L'anziano raccolse una manciata di terra, la mostrò e disse:

«Questa terra nutre l'erba.»

Indicando un animale al pascolo, aggiunse: «L'erba nutre l'animale.»

Poi lasciò scorrere lentamente la terra tra le dita.

«Quando l'animale muore, ritorna alla terra.»

E dopo una pausa, riprese: «Per noi, nulla è separato.»

Matteo lo fissò immobile mentre l'anziano gli spiegava che quelle sostanze, per lui disgustose, erano simboli di fertilità e trasformazione.

Rappresentavano il continuo passaggio della vita da una forma all'altra.

Il rituale non celebrava l'impurità, ma il continuo il ciclo dell'esistenza.

Matteo ascoltava, ma dentro di sé resisteva all’impulso che continuava a rifiutare quelle pratiche.

La svolta arrivò qualche giorno dopo. Durante una conversazione serale, alcuni abitanti iniziarono a fargli domande sulla sua vita in Europa.

All'inizio parlava con naturalezza, poi notò lo stupore sui loro volti.

Quando raccontò degli allevamenti intensivi, gli anziani si guardavano tra loro increduli.

Quando spiegò quanto cibo venisse sprecato ogni giorno nelle grandi città occidentali, il silenzio divenne ancora più profondo.

Uno dei presenti scosse lentamente la testa e pose una domanda apparentemente ingenua: «Perché allevare così tanti animali se poi il cibo viene gettato?»

Matteo non aveva parole per rispondere. 

Per la prima volta si trovò dall'altra parte dello sguardo. 

Ora era lui l'oggetto dell'incomprensione. 

Era lui la persona le cui abitudini apparivano strane.

Quella notte non riuscì a dormire.

Rilesse gli appunti sul proprio taccuino pagina dopo pagina, frase dopo frase.

A un certo punto si fermò, guardò una delle annotazioni scritte dopo il banchetto: "Pratica ripugnante."

La fissò a lungo, dopo si pose una domanda che non si era mai posto prima:

dov'era esattamente la ripugnanza? Nell'azione? O dentro di lui?

Chiuse gli occhi, provò a descrivere l'evento nel modo più neutrale possibile.

- Un gruppo umano stava consumando determinati alimenti all'interno di una cerimonia religiosa - questo era il fatto.

Tutto il resto: disgusto, condanna, indignazione veniva dopo.

Quelle reazioni non appartenevano all'azione osservata, erano sue e precisamente costituivano la sua risposta.

Il prodotto di anni di educazione, abitudini, simboli e significati appresi senza accorgersene.

Fu una scoperta sconvolgente.

Perché fino a quel momento aveva creduto che certi valori fossero semplicemente presenti nel mondo.

Come il colore delle foglie, il rumore del mare, la forma delle rocce.

Ora iniziava a comprendere che non era così. I valori non erano oggetti e neanche proprietà delle cose.

Erano interpretazioni. Modi di guardare la realtà. Modi di attribuire significato a ciò che accade.

Da quel momento il suo lavoro cambiò, non cercò più di stabilire chi avesse ragione. 

Smise di dividere le culture tra civili e primitive, cercando ciò che era giusto o sbagliato nelle pratiche. 

Cominciò invece a studiare il modo in cui gli esseri umani costruiscono i propri giudizi morali.

Scoprì che le azioni possono essere osservate, I valori, invece, vengono attribuiti.

Scoprì inoltre che ciò che una società considera sacro può apparire assurdo a un'altra e che ciò che una società considera naturale può sembrare incomprensibile altrove.

Quando, mesi dopo, tornò in Europa, non era più la stessa persona. Portava con sé gli stessi appunti, gli stessi dati, le stesse osservazioni, ma li leggeva con occhi diversi.

Capì allora che la sua ricerca non riguardava le azioni umane.

Riguardava il linguaggio con cui le giudichiamo.

Non aveva scoperto una morale universale. Aveva scoperto qualcosa di più inquietante e forse più profondo.

Che tra il mondo e i nostri giudizi esiste sempre uno sguardo e che spesso scambiamo quello sguardo per la realtà stessa.

Da allora non dimenticò mai la lezione appresa su quell'isola lontana.

Si convinse che le azioni appartengono ai fatti, mentre i valori appartengono agli uomini. E ciò che chiamiamo bene o male non è scritto nelle cose che osserviamo, ma nello sguardo attraverso cui abbiamo imparato a interpretarle.


*Spunto tratto dal 4^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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